Venice Chronicles


Fondamenta dei Felzi

Fondamenta dei Felzi
Miguel Bonneau©ArtBluff

FONDAMENTA DEI FELZI

Sestier de Castelo Venexia

 

Cussi sta fondamenta

la se ciama, là esisteva

in tempi remoti dei squeri

costruttori de FELZI.

 

Tali coperture da gondola

par secretar incontri galanti

fra Dame e Cavalieri

a farse vedar no se podeva.

 

Tuti savemo visitar Venexia

deventa curiosità ingegno

xe par questo che mo metuo

de estro scrivar anca con impegno.

 

Nel bel mezo de sto rio

tronegia un palasoto sensa

tante pretese ma sicuramente

in bela vista permanente.

 

Colocà el xe stà,da far da

sparti acqua, forse unico in

Venexia che da do rii el vegna

bagnà sfortunà son sta par che'l diga.

 

 

Vardè quà sempre a moje

ho da star? a Venexia se sa

tuto fa color e curiosità ma de

speciarse su do rii 'na rara beltà.

 

Mi voi renderghe libaro

l'acesso, dal campo Zani Polo

daghe le spale al Colleoni

entra in calle Bressana.

 

El ponte Menin lassilo là

la fondamenta ti ha da ciapar

i to oci se spalanca ti notarà tanta

belessa anca in lontanansa.

 

Zanipolo

 

poesia Gianpaolo Trabucco

 

Photo by Miguel Bonneau

© Copyright 2018* ArtBluff *

 


T'abbraccia il capo la bellezza

   Indossavo una camicia bianca a righe di diverso spessore: bordeaux, verde acqua e tortora. Delimitavano rettangoli che somigliavano a campi di fiori visti da un uccello in volo. Ero a Venezia. Stavo appoggiato al muretto di un ponte, rivolto verso il canale, e la luce del sole, riflessa dalle lievi increspature dell’acqua, mi carezzava il volto con polpastrelli di gemme. Era bello persino il cipresso che torreggiava dentro il giardino settecentesco della villa di fronte a me. D’un tratto mi voltai e una donna mi scattò una fotografia. La riconobbi pur senza averla mai vista prima. Solo, sapevo di amarla, ed era come se sempre l’avessi aspettata. Sorrisi. Per tanto tempo avevo desiderato quella pace che ora sbocciava in me. Scorgevo la pioggia abbeverare i deserti che si estendevano fra le mie costole.

 

La mia immagine prese forma sulla carta fotografica che la donna teneva in mano. Me la porse, e potei leggere, in basso a sinistra, simile a una didascalia:

 

T’abbraccia il capo la bellezza, come

L’aureola ai santi nei templi a Venezia.

 

La donna scomparve e la fotografia mi si disgregò fra le dita. Presi a camminare lungo calli segrete. Lo smeraldo e lo zaffiro si rincorrevano a vicenda e si arrampicavano come gatti sui muri dei palazzi; io oscillavo fra l’estasi e lo sbigottimento e ringraziavo dio perché sapevo che quello era il paradiso e che solo pochi avevano ricevuto il dono di contemplarlo. Accanto a me, scorsi mia madre. Era giovane e bella, colma di gioia e lucente. Mi accompagnava guardandomi appena, e io sentivo che mi approvava e proteggeva. Facemmo un largo giro; le parlavo, lei taceva. Ringiovaniva ogni minuto.

 

Raggiungemmo un santuario sotterraneo, nascosto. Le navate erano ampie, le volte a crociera si stagliavano alte su di noi. Pietra bianca, luminosa d’una luce interna, come se racchiudesse un sistema solare. Al centro, un lago di lapislazzuli sotto la cui superficie saettavano pesci gialli e rosa e arancioni, e una gondola in lontananza, sull’altra sponda, ci attendeva. Lo sguardo di mia madre era limpido e sereno. Ciò nonostante, qualche cosa mi soffocava senza che riuscissi a coglierne la natura intima, qualche cosa che era ma non doveva essere, che andava contro l’ordine prestabilito.

 

– Questa è l’unica città in cui io riesca a sentirmi libero per davvero.

 

La confessione mi fuggì fuori con mia stessa sorpresa. Non ero solito rivelare aspetti di me ai miei genitori. Forse, addirittura, non l’avevo mai fatto. Seguitai a parlare. Venezia era l’emancipazione, la magnificenza, la compiutezza. Ogni volta che la visitavo, era come se ci fossi già stato in vite precedenti. Avrei potuto creare all’infinito, vivere sempre sotto ispirazione, colmarmi di splendore e inebriarmi. Respiravo il profumo dell’immortalità e della gloria, della quiete e della pace. La mia poesia, la mia scrittura, persino le incerte prove di pittura, in cui indugiavo di tanto in tanto, mi apparivano, se fossi riuscito a legarle a Venezia, destinate a restare nella Storia fino alla fine del Tempo.

 

Mia madre ascoltava in silenzio. Io non riuscivo a smettere di guardarla e baciarla e accarezzarla e stringerla. Un terrore immenso si era incuneato tra i dedali della mia carne e del mio sangue: che la strappassero per sempre da me. E mentre le parole mutavano in suono nella mia bocca, suggerite da quell’anomala e sconvolgente necessità di spiegare, a lei che mi aveva partorito, chi io intimamente fossi (quanta colossale ingenuità si dimena nei figli, quanta fisiologica superbia, quanto implicito giudizio ci permettiamo nei confronti di coloro senza i quali mai saremmo apparsi al mondo), mentre le rivelavo, simile a un fiume furioso che scorra verso l’esplosione in mare, i più reconditi accessi della mia sensibilità, una consapevolezza cupa e angosciante si fece strada fra i vortici della mia intuizione viscerale, e d’improvviso le dissi:

 

– Mamma, tu non puoi essere qui.

 

– Amore – rispose, e la sua voce era una cascata di fiori –, sono passata a salutarti.

 

L’abbracciai ancora più forte, scoppiai in lacrime. Tutto di me veniva svuotato, la mia anima era versata via.

 

– Non essere triste – mi ripeteva carezzandomi il capo. Io non seppi più contenere la pena, che nasceva come nasce una montagna: inarrestabile, naturale.

 

Udivo Venezia farsi roboante, pareva che un terremoto la scuotesse. Mia madre mi cingeva mentre le mie lacrime le bagnavano la spalla e il collo. La inondavo di baci disperati, cercando di ostacolare l’addio che percepivo imminente, e però ero votato alla sconfitta. Il lago divenne rumoroso, il santuario tremò, il soffitto cadde in pezzi.

 

– Mamma… – sussurrai un’ultima volta.

 

Lei scomparve in una spirale di prismi abbaglianti, e i suoi occhi furono l’ultima cosa che vidi.

 

***

 

T’abbraccia il capo la bellezza, come

L’aureola ai santi nei templi a Venezia.

E non indugia e non s’avvezza, posa

Un singulto le ali di Murano

Sulla tua voce più nuova di una

Lingua creola

 

***

Giovanni Schiavone

giovannischiav.wordpress.com


La battaglia degli specchi

Dal 1291 Murano è la capitale della lavorazione del vetro. I Maestri vetrai avranno l'obbligo per legge di lavorare nelle vetrerie sull’isola di Murano, assicurando alla Serenissima la segretezza delle tecniche. Ma già a metà del 1600 Murano ebbe un primo crollo, quando nella città di Pisa venne aperta una fornace, fu Ferdinando De Medici, a convincere alcuni operai ad esportare quella "tecnica segreta" destando così a Venezia molta preoccupazione. Nel 1664 Luigi XIV (conosciuto come Re Sole) volle dare concretezza ad un suo sogno, progettando di costruire nel suo nuovo palazzo di Versailles, la Galleria degli specchi, per la realizzazione di questo suo capriccio, carpì a tutti i costi, il segreto della lavorazione del vetro dai veneziani. Così inviò nell'isola “del vetro” dei misteriosi incaricati, con lo scopo di convincere un piccolo gruppo di vetrai in questa impresa, promettendo loro grosse quote di denaro e vita agiata, che fece superare loro ogni timore. Durante questa battaglia degli specchi, vi furono dei decessi misteriosi, come quella del maestro vetraio Giovan Domenico Battaggia, gli inquisitori di Stato inviarono spie a Parigi per riacciuffare questi vetrai, terrorizzandoli con false lettere inviate dalle mogli e avvelenandoli, così, nel 1667 l'ambasciatore veneziano usando la tecnica del veleno, sparse talmente tanto terrore da far rientrare a Venezia i transfughi. Così i francesi ormai impararono a fare gli specchi da soli e la Galerie des Glaces ( Galleria degli specchi) nella reggia di Versailles fu terminata nel 1682, spezzando così il monopolio veneziano . In pochi anni Murano entrò in crisi di identità e produzione per tutto il 700 continuando le sue emigrazioni e coinvolgendo anche le produzioni delle conterie. I francesi carpirono ormai i segreti della lavorazione del vetro, congedando così le maestranze muranesi.

 

Cristina Marson La Rossa


La Madonna dell'Orto

  

   La chiesa della Madonna dell'orto a Cannaregio si chiama così perché in un orto non distante dalla chiesa, che si chiamava San Cristoforo, venne trovata un immagine miracolosa della Vergine.

Nella parte superiore della chiesa sono state scolpite le statue dei dodici apostoli da dei mastri scalpellini di nome Dalle Masegne. Non molti lo sapranno ma l'immagine del dodicesimo apostolo traditore di Cristo, Giuda, non viene mai raffigurato con le fattezze sue ma con quelle di San Mattia, il santo che prese il suo posto dopo il noto suicidio.

 

Siamo nella prima metà del '300. Paolo Delle Masegne era un adoratore del demonio e la chiesa di San Cristoforo doveva essere un luogo di culto satanico, ma nessuno, neanche i suoi fratelli, lo sapevano. A lui il demonio aveva consegnato una delle 30 monete di Giuda usate per il tradimento di Gesù e l'ordine di inserirla nella statua del discepolo traditore a cui Paolo aveva dato le sembianze vere. Per finire nel suo intento, al diavolo serviva una una messa di dedicazione. Questa avvenne nel corso della settimana Santa del 1366.

 

Tra la gente presente alla cerimonia c'era anche Isabella Contarin, una bambina di dodici anni che si diceva avesse la capacità di dialogare con l'aldilà e di leggere il futuro guardando l'aura delle persone. La bambina era molto famosa a Venezia tanto da essere considerata una santa.

Nel pieno della cerimonia la bambina guardò negli occhi Paolo Delle Masegne indicandolo come un discepolo del diavolo. Non fece neanche in tempo di dirlo che il Dalle Masegne gli si scagliò contro ma un pronto credente prese il dispensatore dell'acqua santa che aveva per le mani e la spruzzò contro il seguace di Satana. Paolo Delle Masegne cadde per terra di colpo come svenuto. A quel punto, dice la leggenda, il cielo si oscurò e il vento soffiò forte. Ma tutto ad un tratto tutto cessò. Quando Paolo rinvenne non si ricordò di nulla. La statua rimase comunque al suo posto come la vediamo ancora oggi.

 

Andiamo a scoprire qual'è recandoci una notte d'inverno davanti la chiesa della Madonna dell'orto a Cannaregio.

 

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Miti Culinari

Spritz
©Olivier Ranson

 

   Il veneziano medio ha delle abitudini alimentari che vedono come "venetian way of life" l'assunzione massiccia del tramezzino. Il tramezzino, o detto alla veneziana "el tramesin" è un pezzo di pane bianco (taluni tipi hanno il pane nero) tipo da toast senza la crosta di forma triangolare riempito di qualsiasi cosa sempre farcito con la maionese. Si va dal tipico tonno con le uova, tonno olive, per andare all' ormai datato (è stato da sempre il più classico) uova e prosciutto per passare al prosciutto e mozzarella. Piccante, ecologico (?), prosciutto e funghi, prosciutto e carciofini e molti altri. Il tramezzino lo trovi dovunque ma a Venezia ha un sapore particolare: l'umidità tipica di Venezia rende il pane morbido (nei giorni di tramontana si usa inumidirlo con lo spruzzatore per simulare il suo l'habitat naturale, una sorta di microclima artificiale)e poi dovunque si vada non ha lo stesso sapore. Immaginatevi mangiare sarde in saor in Peru' e il Gazpacho in Cina.

 

La bevanda tipica di Venezia è ufficialmente lo spritz fatto con acqua gassata, vino bianco, ghiaccio, scorzetta di limone e, a scelta, bitter, select, Aperol o Cynar (se lo ordinate potete dire: "dame un spriss col bite, sele, apero o cinà). Tale bevanda è comune anche in Ungheria (frocs), Slovacchia, Slovenia, Croazia e anche in Romania, ossia in territori dell'ex monarchia austro-ungarica (1867-1918). La storia vede gli occupatori austriaci cercare di bere il vino veneto, ritenuto da molti troppo forte, e allungarlo con l'acqua. Non contenti, i veneti, per dargli un po' "di tono", lo allungarono con del liquore e così nacque la bevanda che gli austriaci chiamarono appunto spritz che significa iniezione. Ma la verità, come le cose tramandate, non esiste e molti ne danno diverse versioni. Il segreto, al giorno d'oggi, per gustare lo spritz sarebbe quello di ingurgitarne molti cominciando dalla mattina verso le 10 con la scusa che mancano solamente due ore per pranzare e che un aperitivo gli farebbe venir voglia di mangiare. La seconda tranche è verso le 5 di pomeriggio per finire alle 8.

 

Da 10, 15 anni a questa parte furoreggia il prosecco che viene sostituito allo spritz o alternato. Qualche purista esige un prosecco d.o.c. chiamato "Cartizze" o, come dicono i veneziani, "Cartizz" (la e finale viene omessa per renderlo più invidiato e prezioso).

 

Lo Spritz? Gli ingredienti di adesso sono 1/3 di acqua minerale gassata (o meglio seltz), 1/3 di vino bianco e 1/3 di Bitter o Select o Cynar o Aperol, scorzetta di limone e olivetta optional. Ho fatto un sondaggio sulle preferenze dell'ingrediente finale, del bicchiere più adatto e quanto lo pagate nei vari bar di Venezia o anche fuori. Questo è il risultato dopo mesi di sondaggio.

 

Il tipo di Spritz che ha vinto è stato quello all' Aperol con 270 voti, a seguire lo Spritz con il Campari con 115 voti, Select con 24 voti e Cynar con 10.

Quello sopra è il tumbler basso ed è stato il bicchiere più votato (212 voti) per servire degnamente lo Spritz votato tra altri 12 tipi di bicchieri.

 

1,50 € è stato il prezzo giusto pagato dalla maggioranza dei votanti il sondaggio

 

La cena al ristorante tipica veneziana che vi propongo non è un pasto completo ma le cose essenziali che un veneziano si aspetta da un ristorante. Il veneziano mangia pesce, pietanze abbondanti e non bada a spese. Antipasto a base di caparozzoli, peoci, canoce, latticini. Primo: risotto misto. Secondo: frittura (scampi e calamari, o scampi solo), grigliata di branzino, orata, coda di rospo.

 

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I Gondolieri

Gondola
©Gianluigi Bertola

   La gondola era il mezzo di rappresentanza di molti veneziani al tempo della Serenissima. Oggi molti veneziani non possono fare a meno della gondola. Questi sono i gondolieri. Forti dell' immagine tradizionale che vede la gondola come uno dei molti simboli di Venezia, i gondolieri sono uomini con un forte carattere. Inneggiano al lieto vivere fatto di gran mangiate, bevute, risate. Con il conseguente contrario: irascibili e vociosi. Hanno l'abitudine di parlare a voce alta sia in divisa, sia in borghese, come per ribadire il loro forte carisma ereditato. Ma non esageriamo e vediamoli ancora una volta come persone semplici, istintive e schiette.
Ultimamente si sono aggiunti altri tipi di gondoliere: giovani, ben educati, atleti e colti, che si fatica a riconoscere come gondolieri se non dal fatto che indossano i pantaloni neri che portano assieme alle "Ralph Lauren" nelle strade che vanno da casa al lavoro. L' immagine di uomo forte quindi si mischia con la gentilezza e voglia di curare nel miglior dei modi il proprio lavoro anche se la vicinanza con il "vecio gondolier" li fa zoppicare un po'.

Quanto guadagnano? Si favoleggia molto, forse per invidia, di questi alti introiti ma una cosa è certa: stanno bene. Ma come stanno bene molte altre persone che sono più all'oscuro di loro. Quanto costa un giro in gondola? 50, 60, 70 €. In genere si tratta ma non aspettatevi forti sconti. Il giro può variare da "lungo" a "corto", una mezz'oretta o un' ora. La cifra si riferisce per gondola e quindi dividete il totale per le 4, 5 persone che salgono in gondola. E' tantissimo? Non molto se lo paragonate ad altri divertimenti meno esclusivi. Non prendete paura se i canali sono sporchi e le fondamenta di certi palazzi sono rotti; prendetela come una patina d' antico che valorizza il tutto. In una trasmissione su Venezia, l'ennesima, Tinto Brass, noto regista veneziano, ha detto che la nostra città ha qualcosa di sensuale; la sinuosa laguna, le curve dolci dei canali interni sono paragonabili quasi alle curve femminili e l'odore che si sente assomiglia a quello della vagina.

 

 

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Legende di Ieri

Sottoportico Zurlin
Sottoportico Zurlin

   Siamo in una notte di novembre del 1929 e siamo in pieno dopoguerra. Dalle parti di campo Ruga in quel posto che si dice sia la coda del pesce Venezia e cioè dalle parti di San Pietro di Castello.

E proprio dalla riva che entra in calle che va al sottoportico Zurlin, il sottoportico più basso di Venezia, inizia questa breve storia. Quella notte nevicava, passa una gondola. Al riparo del felze stava il dottore personale del vescovo che ritornava a casa dopo aver prestato le sue cure.

All'altezza della riva che va in calle del sottoportico Zurlin sente una voce. E' una ragazza che grida aiuto avvolta nel suo scialle nero. Sua madre sta male. Sorpreso che la ragazza avesse riconosciuto in lui un dottore prese la sua borsa in cuoio e si affrettò a soccorrere la madre della ragazza. Entrò in una delle porte della corte interna e salì le scale. Là trovò la donna, che subito riconobbe come una sua ex domestica. Aveva la polmonite.

Il dottore fece di tutto per quella donna complimentandosi di avere una figlia così premurosa: se la domanda d'aiuto fosse stata invocata anche la mattina dopo sarebbe stato troppo tardi. Ma in quel momento la madre strabuzzò gli occhi: "Mia figlia? Ma è morta più di un mese fa!". Il dottore non voleva crederci, si girò e non vide più la ragazza. La madre, a prova che quello che diceva era vero, indicò al dottore di aprire l'armadio di fronte al letto per mostrargli le sue scarpe e il suo scialle. Il dottore riconobbe lo scialle nero che aveva visto addosso alla ragazza con la differenza che era perfettamente asciutto.

 

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Legende di Ieri

Pozzo corte
Corte Locatello

   Siamo dalle parti delle trafficate Mercerie, vicino al ponte dei Bareteri, in corte Locatello. Per intenderci è la stradina parallela delle Mercerie che vanno a Rialto tra Trevissoi e il Sempione. In questa deliziosa corte tra le quinte dei lussuosi negozi e animata, si fa per dire, dalla presenza di un antiquario è ambientata la nostra breve leggenda.

I pozzi, come sapete, erano una delle poche risorse idriche di Venezia. Quell'anno però era un anno molto secco che bisognava prendersi meno acqua possibile nei pozzi per accontentare tutti. Immaginatevi quante baruffe facevano la povera gente.

Una sera un barcaiolo recandosi al pozzo di corte Lucatello trovò una signora vestita di bianco. Subito prese paura poiché a quell'ora della notte c'erano certe dicerie che vedevano delle streghe aggirarsi e che erano particolarmente feroci in quel momento di siccità. Ma subito la signora vestita di bianco disse al barcaiolo: "Non temere! Ma se stanotte non tornerai a casa prima dell'alba ti capiterà qualcosa di strano".

Il barcaiolo, impaurito, minacciò la signora di andarsene continuando ad attingere l'acqua dal pozzo. La signora invece pregava. Ad un certo punto dal sottoportico entrò un uomo assalendo con un lungo coltello il barcaiolo colpendolo gravemente. La colluttazione durò quel tanto che bastava all'altro uomo di accorgersi di quello che stava facendo e di pentirsi.

La signora in bianco allora prese il coltello intriso di sangue lasciato cadere a terra dall'assalitore, si avvicinò al pozzo e fece cadere dentro tre gocce di sangue. In quel momento l'acqua cominciò a salire dal pozzo fino a traboccare. Prese allora il suo fazzoletto, pulì la ferita del barcaiolo che cominciò subito a rimarginarsi. I due si guardarono negli occhi sentendo la signora in bianco dire a loro che da quel momento in poi vi sarebbe stata acqua in abbondanza. Se ne andarono non prima di aver visto la signora svanire nel nulla.

La leggenda continua. Si dice che la signora in bianco sia stata murata all'interno del pozzo per occultare l'omicidio compiuto dal suo amante e che il suo spirito aleggi nella corte nelle notti di luna nuova.

 

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Corte Botera o "Corte sconta detta Arcana"

   Hugo Pratt, un fantasioso fumettista, che ha arricchito la nostra adolescenza accompagnandoci con le sue storie affascinanti e misteriose, intricate spesso, nella magica e secolare Venezia, dove vede come protagonista, la sua creatura, l'avventuroso marinaio "Corto Maltese".

Conobbe Lele Vianello negli anni 70', dove nacque una bella amicizia, divenendo così suo inseparabile collaboratore. Hugo nel 1974, ci propone questa città lagunare attraverso un itinerario colmo di fantasia, portandoci nelle corti che profumano d'antico e di umidità, calli, osterie e luoghi persi nel tempo.

Ed è proprio su una corte che vorrei soffermarmi, corte "Botèra" (chiamata così perchè vi fabbricavano le botti) ma chiamata "Corte sconta detta Arcana" da Pratt nel suo romanzo, perchè descrive un' immaginaria porta sita in questo luogo, dove attraversandola, ci si ritroverebbe in altri posti immaginari.

Io ci sono stata, e devo dire che Hugo aveva ragione, questo posto è avvolto da un alone di irrealtà, intriso di una serenità e una pace fuori dal tempo. E' difficile trovarla questa corte nei paraggi del campo Santi Giovanni e Paolo, perchè oltre essere "fuori vista" perchè bisogna scendere una gradinata, è anche divenuta privata (grazie al Cielo) visto il cancello di cui vi si vieta l'accesso, ma con un pò di fortuna si può trovare chi vi fa entrare.

In quel luogo ovattato, ti senti sospeso in quell'aria ferma e lontana, trasportato in una magica dimensione.

Hugo deve essere stato ammaliato dallo sguardo di questa intrigante Venezia, dove aprendole il cuore, ha potuto toccare e vedere la sua anima...

 

Cristina Marson La Rossa

 

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Legende di Ieri

Articolo Venezia Campiello del Remèr
Il Campiello del Remèr

   Il campiello del Remèr si chiama così perché anticamente v'era un negozio dove si costruivano remi. Per arrivarci bisogna fare la strada che va da S. Bortolomio alla Strada Nova, appena sorpassata la chiesa di S. Giovanni Grisostomo si gira nella calle della Stua. Il campiello dà in Canal Grande ed è anche famoso per un raro negozio di articoli da muratore (sabbia, tubi, calcina, ecc.).

In questo campo c'erano le case di Bajamonte Tiepolo. Bajamonte Tiepolo, siamo nel 1310, odiava il doge Pietro Gradenigo tanto da tramare la famosa congiura. La sua famiglia, assieme a quella dei Querini, Badoer, i Doro e altre si riunirono in questa casa nella notte tra il 14 e il 15 giugno armati di tutto punto per assaltare il palazzo ducale. Ma il doge era a suo tempo avvertito che non poté fare nulla. Bajamonte venne esiliato (una autentica condanna per un veneziano!) a vita e le sue case demolite. Al loro posto, la colonna d'infamia. Appena eretta, una complice di Bajamonte la ruppe. Fu condannato col taglio della mano e con l'accecamento. In seguito la colonna fu portata nella chiesa di S. Agostino e dopo ancora in una villa ad Altichiero, da un antiquario ed infine in una giardino su una villa sul lago di Como.

La leggenda di questa settimana vi porta indietro col tempo, all'incirca alla fine del '600. Il nobile Fosco Loredan era geloso della bella Elena, una delle figlie del fratello del doge Marino Grimani.

Una sera il doge, passando da quelle parti, sentì una donna gridare dalla paura inseguita da un uomo con la spada sguainata.

Il doge subito li rincorse trovandoli proprio in campiello del Remèr. Li riconobbe subito: Fosco e Elena. Fosco intimò al doge a non intromettersi: "Fatti da parte! Questa donna mi ha tradito!" Ed Elena: "Non è vero! Lui si rode dalla gelosia perché io conosco un giovane che potrebbe essere quasi mio figlio!" Il doge promise di mettere via la spada se lui lasciava stare la bella Elena ma ad un certo momento Fosco disse allo zio di Elena: "Guardati alle spalle!". Il doge non fece neanche a tempo di girarsi che Fosco mozzò la testa alla moglie.

Marino Grimani furibondo si frenò di fare la stessa cosa sull'assassino che lo implorava di lasciarlo in vita e ordinò: "Prendi il corpo di Elena, caricatelo sulle spalle e la sua testa in mano, non lo abbandonerai né di giorno né di notte e lo porterai dal Papa a Roma. Sarà lui a stabilire il tuo destino".

E così fece, si allontanò e andò a Roma. Dopo cinque mesi il Papa non lo volle neanche ricevere. Fece ritorno a Venezia, andò in campiello del Remèr e là, nel Canal Grande, si lasciò annegare.

 

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Il fanale di Ca’ Foscari

   Il bellissimo fanale di Ca’ Foscari si trova a Venezia, sospeso sull'acqua tra il Canal Grande e il Rio Nuovo. Il fanale di Ca' Foscari serve a illuminare l'angolo tra queste due vie d'acqua di fronte a Palazzo Balbi , tutto a favore della navigazione in quel tratto così trafficato da imbarcazioni. Il fanale di Ca' Foscari non è l'unico esempio di illuminazione sull'acqua presente a Venezia, tuttavia è sicuramente quello più notevole e conosciuto.

Questo bel fanale è così simile alle grandi lanterne che venivano poste sulle navi in legno che solcavano i mari del mondo nei secoli scorsi. Un piccolo leone marciano è visibile sull'asta metallica che sostiene il fanale di Ca' Foscari.

Questo edificio, adesso celebre sede universitaria, fu un tempo la dimora di uno tra i più celebri dogi della Serenissima, Francesco Foscari, che resse la più alta carica della Repubblica di Venezia per oltre 34 anni, prima di essere ingiustamente destituito all'età di 84 anni. La conseguenza a tale dispiacere fu la morte di crepacuore del vecchio doge solo 7 giorni dopo aver ricevuto la notifica della revoca al suo mandato.

Il fanale di Ca' Foscari fa comunque la sua bella figura anche di giorno, illuminato dal sole mattutino .

Si può vedere il fanale di Ca' Foscari transitando per il Canal Grande con il vaporetto .

 

Cristina Marson La Rossa